C’è un filo che lega una notte d’agosto, le stelle cadenti, San Lorenzo, una poesia di Pascoli e un racconto di fantascienza di Isaac Asimov. Lia Silvia Gregoretti lo ha seguito nel corso dell’incontro Fede e meraviglia, partendo da una domanda apparentemente semplice: siamo ancora capaci di guardare il cielo e meravigliarci?
Il suo è stato un percorso volutamente libero, nel quale esperienza personale, spiritualità, psicologia, simbolismo e riferimenti alla scienza si sono intrecciati continuamente. Gregoretti ha raccontato anche la propria ricerca interiore, nata dopo una lunga stagione di sofferenza e proseguita attraverso la psicoterapia, la meditazione e lo studio di tradizioni differenti.
Una ricerca cominciata molti anni fa e passata attraverso il buddhismo, la Wicca, il rapporto con la natura e il panteismo, per arrivare poi alla Cabala, all’astrologia, all’alchimia e all’ermetismo cristiano. Un itinerario che, paradossalmente, l’ha riportata verso la tradizione dalla quale si era inizialmente allontanata.
A spingerla, ha raccontato, era stata soprattutto una domanda: è davvero possibile uscire da una condizione di sofferenza e imparare a vivere diversamente? Non inseguendo una felicità permanente e irrealistica, ma conquistando una maggiore serenità e una diversa consapevolezza di sé.
Da qui anche il desiderio di condividere ciò che aveva scoperto nel proprio percorso. Non formule miracolose, ma strumenti: studio, psicoterapia, meditazione, ricerca personale. E soprattutto l’idea che l’essere umano possa diventare, in qualche modo, la propria opera.
Ma il punto di partenza dell’incontro è stato il cielo.
Gregoretti vive in campagna, fuori Rupa, e ha raccontato di come talvolta, tornando a casa, riesca ancora a distinguere Orione. È però sufficiente allontanarsi davvero dalle luci artificiali per rendersi conto di quanto abbiamo perduto. Ha ricordato, ad esempio, i cieli di Fuerteventura, dove l’assenza quasi totale di illuminazione rende visibili talmente tante stelle da confondere perfino le costellazioni più familiari.
E proprio da qui è nata una delle domande centrali della serata: possiamo ancora vedere davvero le stelle, oppure siamo diventati così abituati alla loro presenza – e contemporaneamente così lontani dal cielo – da non accorgercene più?
La passione di Gregoretti per l’astronomia risale all’adolescenza. Aveva quattordici anni quando incontrò uno dei racconti più celebri di Isaac Asimov, Nightfall, pubblicato nel 1941.
La storia immagina un pianeta illuminato da più soli, dove gli abitanti non conoscono la notte. Il buio appartiene quasi al territorio delle superstizioni, qualcosa di difficile perfino da concepire. Poi arriva un’eclissi. La luce scompare e quel mondo vede per la prima volta il cielo stellato.
È proprio questa immagine ad aver accompagnato Gregoretti nel tempo: l’idea di qualcuno che guarda le stelle per la prima volta.
Per noi sono parte del paesaggio. Sappiamo che esistono, conosciamo le costellazioni, sappiamo spiegare almeno in parte ciò che accade sopra le nostre teste. E proprio per questo rischiamo di non vedere più nulla.
La meraviglia nasce invece quando qualcosa interrompe l’abitudine.
È una sorta di soglia. Per un istante non disponiamo più dello schema attraverso il quale interpretiamo normalmente la realtà. Ci fermiamo. Guardiamo. E ciò che avevamo davanti da sempre può apparirci improvvisamente nuovo.
La notte di San Lorenzo offre, ogni anno, una piccola occasione per fare esattamente questo.
La tradizione cristiana ricorda Lorenzo, uno dei sette diaconi di Roma, morto durante le persecuzioni dell’imperatore Valeriano nel 258. Secondo la tradizione era incaricato anche dell’amministrazione dei beni della Chiesa. Quando gli fu chiesto di consegnarne il tesoro, avrebbe indicato i poveri e i malati ai quali aveva distribuito le ricchezze: erano loro, disse, il vero tesoro della Chiesa.
Il suo martirio viene ricordato il 10 agosto e, nel corso dei secoli, le meteore visibili in quelle notti sono diventate nell’immaginario popolare le “lacrime di San Lorenzo”.
La spiegazione astronomica, naturalmente, è un’altra. Le Perseidi sono legate ai detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle: piccoli frammenti che, entrando nell’atmosfera terrestre, producono quelle scie luminose che chiamiamo comunemente stelle cadenti.
Ma sapere che cosa sono non impedisce di attribuire loro un significato.
Ed è proprio qui che il discorso di Gregoretti si è spostato dalla meraviglia al simbolo.
Un fenomeno può essere perfettamente spiegabile sul piano fisico e, nello stesso tempo, caricarsi di memoria, tradizione, emozioni. Per questo continuiamo ad affidare desideri alle stelle cadenti anche sapendo benissimo che non sono stelle.
San Lorenzo conduce inevitabilmente anche a Giovanni Pascoli e alla poesia X Agosto.
Pascoli prende un’immagine appartenente alla tradizione collettiva – il cielo che piange nella notte del santo – e la intreccia con il trauma personale dell’uccisione del padre. La rondine abbattuta mentre torna al nido diventa il riflesso di quella morte e il cielo di San Lorenzo assume un significato nuovo.
È un esempio particolarmente efficace di ciò che Gregoretti definisce la dimensione personale del simbolo.
Il simbolo, infatti, non funziona come un segnale stradale o un marchio commerciale, il cui significato dovrebbe essere identico per chiunque lo osservi. È aperto. Si lascia riempire dalle esperienze delle persone.
Il mare può rappresentare la libertà per qualcuno e la paura per chi ha rischiato di annegare. Può significare casa per chi è cresciuto a Trieste e ne avverte fisicamente la mancanza quando vive lontano. La stessa immagine raccoglie significati differenti perché ognuno vi deposita una parte della propria storia.
È anche per questo, ha osservato Gregoretti, che l’interpretazione dei sogni non può essere ridotta a un dizionario trovato su internet. Non basta domandarsi che cosa significhi “il mare” in generale. Bisogna chiedersi che cosa rappresenti quel mare per la persona che lo ha sognato.
Da qui il richiamo a Carl Gustav Jung e all’inconscio collettivo. I grandi simboli appartengono a una storia condivisa, ma vengono continuamente attraversati e trasformati dalle esperienze individuali.
Nel corso dell’incontro Gregoretti ha utilizzato anche l’immagine dei due emisferi cerebrali come metafora di due differenti modi di conoscere: da una parte la parola, il numero, la classificazione; dall’altra l’immagine, il sogno, l’emozione, il simbolo.
Non una contrapposizione assoluta, quanto piuttosto la necessità di tenere insieme due dimensioni.
L’essere umano può essere descritto biologicamente: cellule, proteine, sangue, ossa. Ma esiste un’altra parte dell’esperienza che si lascia difficilmente misurare: il desiderio, la poesia, l’intuizione, il sogno.
È in questo territorio che il simbolo diventa, secondo Gregoretti, uno strumento di conoscenza. Un sogno può essere scritto, disegnato, trasformato in una poesia o in una canzone. In questo modo qualcosa che appartiene a una parte meno consapevole di noi viene portato alla luce.
Il percorso conduce quindi a un altro dei temi centrali della sua ricerca: l’unità.
Nelle tradizioni spirituali che ha studiato, Gregoretti ritrova continuamente la stessa immagine: un’unità originaria che si divide e una molteplicità che tende nuovamente a ricomporsi. Dio, universo, Grande Spirito, coscienza cosmica sono nomi differenti attribuiti nel tempo a questa idea.
La realtà quotidiana, al contrario, sembra costruita sulla polarità: giorno e notte, caldo e freddo, sopra e sotto, fuoco e acqua, maschile e femminile.
Il percorso dell’uomo sarebbe allora quello di ricomporre ciò che appare separato. Non tornando indietro, ma attraversando l’esperienza.
Ed è nuovamente qui che entra in gioco la meraviglia.
La mente tende per sua natura a costruire schemi, abitudini e previsioni. È una necessità: non possiamo ogni giorno interpretare il mondo come se non lo avessimo mai incontrato prima.
Ma proprio questa capacità rischia di trasformarsi in una gabbia. Finisce per farci vedere non ciò che abbiamo davanti, ma ciò che ci aspettiamo di vedere.
La meraviglia interrompe per un istante quel meccanismo.
Può essere piacevole, come davanti a un cielo stellato, oppure dolorosa. Anche scoprire qualcosa di inatteso in una persona alla quale siamo legati può costringerci a cambiare la mappa attraverso la quale l’avevamo conosciuta.
Non tutta la meraviglia, dunque, è rassicurante.
Da qui il passaggio all’alchimia e alla lettura che Jung diede delle sue immagini. La Nigredo, la fase oscura dell’opera alchemica, diventa simbolo del crollo: il momento nel quale una struttura non regge più.
Gregoretti l’ha collegata anche alla Torre degli arcani maggiori: qualcosa cade e fa paura. Eppure, a volte, proprio quella demolizione è la condizione necessaria perché possa cominciare una ricostruzione.
Dopo la Nigredo viene l’Albedo, il ritorno della luce, e poi la Rubedo.
Non una ricetta per la vita, ma una possibile mappa del cambiamento.
La stessa esperienza personale raccontata all’inizio dell’incontro rientra in questo schema: dopo molti anni di sofferenza, arrivò un momento nel quale ciò che fino ad allora era stato sopportato non poteva più esserlo. Quel “basta” fu insieme una rottura e l’inizio di un percorso nuovo.
Religioni, filosofie e tradizioni spirituali hanno costruito nei secoli mappe diverse per raccontare questo cammino. Gregoretti le attraversa senza pretendere di ridurle a un’unica risposta, cercando piuttosto consonanze e immagini capaci di parlare ancora all’uomo contemporaneo.
Alla fine, però, il discorso ritorna là dove era cominciato: alle stelle.
Forse la meraviglia non richiede necessariamente qualcosa di straordinario. Richiede piuttosto la capacità di sottrarre le cose all’abitudine.
Il cielo è sempre stato sopra di noi. San Lorenzo ritorna ogni anno. La poesia di Pascoli l’abbiamo letta sui banchi di scuola. Eppure possiamo ancora fermarci, alzare gli occhi e provare a vedere tutto questo come se fosse nuovo.
Forse fede e meraviglia si incontrano proprio lì: nell’accettare che la realtà possa essere più grande delle categorie attraverso le quali siamo abituati a contenerla.
Una stella cadente resta un minuscolo frammento di materia che entra nell’atmosfera. Ma può continuare a essere anche una lacrima di San Lorenzo, un ricordo, una poesia, un desiderio.
Le due cose non devono necessariamente escludersi.
A volte basta una notte d’agosto e qualche minuto trascorso con il naso all’insù per ricordarcelo.