L'acquazzone non è arrivato. Era il rischio che ogni anno incombe su chi organizza all'aperto, imprevedibile fino all'ultimo, e quest'anno i dieci giorni di agosto a Borgo San Rocco sono passati senza quella spada di Damocle che nel 2023 aveva già fatto danni. La 526ª Sagra di San Rocco si è chiusa con una partecipazione al di sopra di ogni previsione, con file ordinate agli stand, tavoli pieni, il quartiere che per una volta non è solo il quartiere ma è tutta Gorizia. Perché è questa la trasformazione più silenziosa degli ultimi anni: la Sagra di San Rocco non è più un evento di comunità locale. È diventata un appuntamento cittadino, atteso e goduto ben oltre i confini del borgo.
Le foto sui social hanno raccontato bene i due volti della riuscita. Da una parte le facce sorridenti dei volontari — stanchi, sudati, reduci da settimane di lavoro e giornate di caldo — ma sorridenti. Dall'altra la fila degli avventori, disciplinata e lunga, in attesa di ordinare. Non hamburger e patatine fritte: gnocchi di susine, strucolo in straza, strudel di mele. Un menù che è più cucina goriziana vera che sagra in senso stretto, e che vale già da solo il viaggio.
Il diavolo ci ha messo lo zampino
Eppure. C'è sempre un "eppure" quando si parla di questa sagra, e sarebbe disonesto non dirlo.
Quest'anno il diavolo ci ha messo lo zampino con una certa determinazione. Un incendio è scoppiato nell'area confinante con la sagra, in via Lantieri. C'era vento, e il rischio che le fiamme raggiungessero il palazzo Lantieri, che sorge lì a ridosso, era tutt'altro che teorico. Per fortuna — e la parola "fortuna" qui va intesa nel senso pieno — i volontari erano presenti e hanno allertato immediatamente i vigili del fuoco. Un intervento tempestivo che ha scongiurato conseguenze che non vogliamo nemmeno immaginare. Ma che ha anche ricordato a tutti quanto sottile possa essere il confine tra una bella serata di agosto e qualcosa di molto diverso.
Lo stesso giorno, come se non bastasse, un grosso ramo del vecchio gelso si è spezzato e caduto. Un gesto antico, quello degli alberi che cedono — nessuno da incolpare, nessuna negligenza da contestare — ma impressionante nella sua silenziosità improvvisa. Due episodi nello stesso giorno, entrambi nell'area della sagra o ai suoi margini, che hanno tenuto col fiato sospeso chi era lì.
Situazioni inevitabili? In parte sì. Ma fanno riflettere. E fanno capire, anche, quanto il presidio umano dei volontari non sia solo un fatto organizzativo: è una forma concreta di sicurezza collettiva.
Le polemiche, piccole e grandi
Poi ci sono le polemiche, quelle che accompagnano ogni edizione come un contrappunto obbligato. I cavalli del calesse che pativano il caldo: un dettaglio che ha scatenato discussioni sui social, con chi difendeva la tradizione e chi sollevava la questione del benessere animale. Dibattito legittimo, per carità — ma che forse meriterebbe toni meno da processo sommario. La musica: troppo alta per qualcuno, troppo bassa per qualcun altro, dibattito eterno e destinato a ripetersi all'infinito finché esisteranno sagre e vicini di casa. E i controlli a sorpresa: ci stanno, sono giusti, nessuno li mette in discussione — ma chi li ha vissuti dall'interno sa che rallentano un'organizzazione che altrimenti filava liscia.
La fatica che non si vede
Il punto però, quello vero, è un altro. Ed è quello che si ripete ogni anno senza che nessuno lo risolva.
I volontari del Centro Tradizioni hanno bisogno di due mesi per allestire tutto. Due mesi di lavoro, di coordinamento, di spostamento di materiali, di montaggio di strutture che alla fine della sagra vengono smantellate pezzo per pezzo, riposte, restituite. E il prossimo anno si ricomincia daccapo.
Le foto sorridenti dei volontari sono belle e vere. Ma dietro quelle facce c'è un'immensa fatica che la festa non mostra. Cento persone che sottraggono due mesi della loro estate — non solo le serate di agosto — per costruire dall'inizio qualcosa che non lascia nulla di fisso. Nessun tendone stabile, nessun allaccio permanente, nessun magazzino attrezzato. Ogni anno tutto da zero.
La domanda che ci si fa — e che è giusto continuare a fare — è semplice: perché il Comune non realizza strutture stabili e le concede in uso alle associazioni che ne fanno richiesta? Non è un'idea campata in aria: in molte realtà italiane funziona esattamente così. Il Comune investe una volta, l'associazione gestisce ogni anno con costi e tempi enormemente ridotti, l'evento cresce in qualità. Tutti ci guadagnano, compresa la città.
Una sagra che porta migliaia di persone in un quartiere per dieci sere consecutive, che offre cucina tradizionale, cultura, musica, e che lo fa con volontari non pagati, merita qualcosa di più di un capannone da montare a giugno e smontare ad agosto. Merita un'infrastruttura. Merita che la fatica di chi la rende possibile si investa in qualcosa che dura.
L'anno prossimo la sagra tornerà. I volontari ci saranno. La fila agli stand si riformerà. E qualcuno, di nuovo, comincerà a montare i tendoni a giugno.
Sarebbe bello, una volta tanto, trovarli già lì.