A San Rocco il tabin esce dal baule ogni volta che il Borgo ha un motivo per vestirsi a festa: la Sagra, ma anche il Natale, la Pasqua, le ricorrenze che segnano l'anno della comunità. Prima ancora di essere indossato c'è il gesto di tirarlo fuori: mani che aprono il baule, tolgono la carta velina che lo protegge, lo sollevano e lo guardano con la cura che si riserva a un pezzo di storia. Quando poi compaiono le donne con le ampie gonne di seta, la ruta sulle spalle e il grembiule, il passato torna per qualche ora dentro il Borgo. Quell'abito è il tabin, oggi uno dei simboli più riconoscibili di San Rocco, ma la sua storia è più antica e più complessa di quanto suggerisca l'immagine del semplice "costume tradizionale".
A ricostruirla con particolare attenzione è stata Olivia Aversa Pellis, partendo proprio dal ritrovamento, presso alcune famiglie sanroccare, di abiti ottocenteschi e di un tabin da sposa. Le ricerche d'archivio mostrano che il nome tabin compare già fra Sei e Settecento per indicare un abito signorile presente nei corredi delle famiglie più agiate. Nell'Ottocento lo stesso termine passa invece a designare soprattutto l'abito nuziale delle donne del popolo. È dunque un vestito che attraversa le classi sociali e i secoli, cambiando forma e significato insieme alla società goriziana.
Il tabin seguiva la moda, anche se con quella misura e quella praticità proprie dell'abbigliamento popolare: non era un'uniforme identica per tutte. Cambiavano le maniche, i colletti, la forma del corpetto, i colori e naturalmente i tessuti. La gonna restava molto ampia, lunga fino alla caviglia, raccolta in vita con fitte piegoline; il corpetto poteva essere irrigidito con stecche e completamente foderato. Ancora alla metà dell'Ottocento molti abiti erano cuciti interamente a mano.
La seta ebbe un peso decisivo: Gorizia ebbe per lungo tempo una fiorente produzione tessile e serica. Filande, telai, sarte, tessitrici, ricamatrici e artigiani contribuirono a creare un ambiente nel quale anche le donne delle famiglie popolari impararono ad apprezzare stoffe belle e lavorazioni raffinate. Il tabin diventò così l'abito desiderato dalle ragazze, quello che segnava un momento importante della vita e, inevitabilmente, anche una certa posizione sociale. Olivia Aversa Pellis lo definisce un "abito romantico": indossarlo con una bella ruta e qualche gioiello era motivo di orgoglio e, per una giovane, anche un modo per farsi notare.
I colori raccontano a loro volta il mutare del gusto. Intorno alla metà dell'Ottocento si trovavano tabin chiari, gialli, azzurri o verde mela. Sul finire del secolo comparvero invece tonalità più profonde: bordeaux, verdone, blu, spesso ottenute intrecciando al tessuto un filo nero che conferiva alla seta quei riflessi cangianti ancora oggi tanto affascinanti. Un abito da sposa del 1890, appartenuto ad Anna Boschin, era per esempio confezionato in taffetà di seta cangiante rosso e nero; aveva un corpetto attillato con quattro stecche e una gonna composta da sei teli, per una circonferenza di ben quattro metri.
Il tabin da solo non bastava. A completarlo c'era innanzitutto il gurmal, il grembiule delle occasioni importanti. Quando era particolarmente bello e ricamato veniva conservato gelosamente e poteva passare da una sposa all'altra per più generazioni: poteva diventare un vero oggetto di famiglia, carico di memoria.
La ruta era forse l'elemento più elegante dell'insieme: un grande quadrato di velo, pizzo o tessuto leggerissimo, piegato a triangolo, appoggiato sulle spalle, incrociato sul davanti e infilato con le estremità nella cintura del grembiule. Le rute più preziose erano ricamate e rifinite con pizzi e merletti; proprio la parte che ricadeva sulla schiena poteva presentare il ricamo più importante.
Per le nozze si aggiungevano anche i gioielli. Il cordon d'aur, una lunga catena d'oro, poteva essere portato a più giri attorno al collo oppure lasciato scendere con un ciondolo, spesso a cuore o a stella. C'erano collane di corallo o di cristalli di Boemia, croci in filigrana, orecchini e il pontapet, utilizzato per fermare la ruta sul petto. Nei capelli o sulla ruta trovavano posto anche i fiori e, nel mazzetto, non doveva mancare un rametto di rosmarino.
Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento la moda cittadina entrò sempre più decisamente anche nelle campagne. Comparvero completi, camicette e giacche; persino per le nozze il tabin cominciò lentamente a essere abbandonato. Sembrava destinato a restare soltanto nelle cassapanche, nelle fotografie di famiglia e nei ricordi.
A San Rocco il Borgo ne recuperò il valore, trasformandolo da abito della vita quotidiana e familiare in segno di appartenenza e memoria collettiva. Il Centro per la conservazione e la valorizzazione delle tradizioni popolari ricorda esplicitamente, tra le proprie attività, la riscoperta del tabin e l'adesione nel tempo di numerose signore e ragazze. Ancora oggi, all'apertura della Sagra, le donne in abito tradizionale partecipano al corteo che attraversa il Borgo, mantenendo viva quella memoria.
A rigore, il tabin appartiene alla più ampia storia dell'abbigliamento popolare goriziano; San Rocco, però, ha avuto il merito di conservarne esemplari, memoria e uso fino a farne uno dei segni distintivi del Borgo.
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L'abito della tradizione: il «tabìn»
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Abito tabìn in tessuto di lana e seta cangiante nero bordò.
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Abito tabìn in taffetà di seta cangiante nero verde.
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Abito tabìn in taffetà di seta cangiante nero bordò.
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Abito tabìn in taffetà di seta cangiante marron blu, interamente cucito a mano.
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Abito invernale fine '800. Corpetto irrigidito da quattro balene, spalle fortemente evidenziate dai tagli sul dorso
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