1 Kg di caperozoli (mini vongole nostrane molto saporite) spurgati, 350 g riso, prezzemolo tritato, aglio, vino bianco secco, olio extravergine di oliva, sale, pepe.
Fate aprire i caperozoli in un tegame con un filo di olio, coperti, in circa 5 minuti. Sgusciate metà delle conchiglie e sminuzzate. Filtrate il sugo. Soffriggete i caperozoli sminuzzati in un tegame con un filo di olio, 1 spicchio di aglio e 1 cucchiaiata di prezzemolo. Unite il riso e tostatelo per 2-3 minuti e sfumatelo con vino bianco. Portate il riso a cottura aggiungendo poco per volta il sughetto dei caperozoli e acqua calda. Regolate di sale e fuori dal fuoco mantecate il risotto con 2 cucchiai di olio. Servite il risotto coi caperozoli rimasti, sgusciandone la maggior parte e lasciandone alcuni con il guscio. Completate con pepe e prezzemolo.
Per mantenere la tradizione dei caperozoli nei giorni di Vigilia, io amo i caperozoli con gli spaghetti, più veloci da fare e molto gustosi quando sono resi cremosi. In un tegame a fuoco vivo con un 4 cucchiai d’olio, due spicchi d’aglio schiacciati e un ciuffo di prezzemolo con i gambi, fate aprire 1 kg di caperozoli o anche di peverasse (vongoline più piccole dei caperozoli), ma vanno benissimo anche delle vongole veraci, e sfumate con vin bianco. Togliete dal fuoco e filtrate il liquido di cottura e tenete da parte le vongole.
In un tegame soffriggete in olio dell’aglio, rimettete il liquido dei caperozoli e 350g di spaghetti cotti al dente. Il segreto per dar cremosità al piatto è di spadellare molto e con energia per creare un’emulsione tra olio e il liquido delle vongole. Aggiungete le vongole tenute da parte, volendo già sgusciate, aggiungete prezzemolo tritato, pepate bene. Spadellata finale e...
Il Natale è stato fissato convenzionalmente al 25 dicembre solo dalla metà del IV secolo d.C. e perpetua le feste pagane del solstizio d’inverno, che apre la fase ascendente del ciclo annuale.
Osservata da tutti, la vigilia di Natale in cucina contemplava solo piatti di magro. In Friuli il pesce veniva approvvigionato dai pescivendoli di Marano che, nei giorni di vigilia, andavano in giro di casa in casa con la bicicletta gridando ‘fritura, sardele, siegui, sgombri, go, sepe, bisati, masanete, ossia minutaglia da frittura, sarde, cefali, sgombri, ghiozzi, seppie, anguille e granchi.
Come primo piatto c’erano i ‘bigui in salsa’, cioè spaghettoni conditi con sarde sottosale soffritte in olio. Tipico anche il ‘risòto co’ i caperozoli’, sempre ‘in bianco’, con i molluschi tolti dai gusci ed una buona metà tritata a costituirne la base. Anche la Contessa Persusini contempla un ‘Risòt cu lis capis taròndis’, cioè con le cape tonde o peverasse o telline, mentre i caperozoli sono le vongole veraci nostrane.
Tra i secondi piatti, bacalà o renga (aringa salata) o anguilla marinata, ma anche la “passera co’ i ovi” (sogliola con le sue uova), che nei mesi invernali, lasciate le lagune viene a riprodursi lungo il litorale dove viene pescata. Si mangiava fritta con verze stufate. A proposito di pesci un detto recita “De Nadal el branzineto, co la sfoia e col bisato de Pasqua l’agneleto, con i vovi e pinza in piato”. Sul Carso il piatto forte della vigilia era il bacalà, cioè stoccafisso, preparato in vari modi: stufato, in insalata, fritto con le uova o impanato. Dopo l’’Madìns’, come era chiamata la Santa Messa di mezzanotte, si mangiavano trippe fumanti e bene ‘informaiade’.
Gli uomini, andando in osteria, chiedevano “une buine sope di trìpis” (una buona zuppa di trippe) accompagnata da un altrettanto “bon taj di blanc” (un buon bicchiere di vino bianco) che riscaldasse il corpo e l’anima.
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Per questa ricetta l’immagine del piatto è stata generata dall’AI: un modo per coniugare tradizione e innovazione.